Miliardi stanziati e spesso non spesi e un proliferare di programmi e centri decisionali che rendono la strada verso la rigenerazione urbana un vero e proprio percorso ad ostacoli. E’ questa la fotografia dell’ANCE che, anche in vista del Recovery, chiede semplicità e chiarezza nelle procedure e propone un “Progetto città” in sette punti.

Recovery fund, ANCE: 5 miliardi per rigenerazione urbana, incentivi fiscali strutturali

Norme vecchie, frutto di un’epoca ormai finita, troppi programmi e troppi centri decisionali e procedimenti inutilmente lunghi e macchinosi. Sono queste alcune delle cause profonde che in questi anni hanno portato all’immobilismo italiano sul fronte della rigenerazione urbana e che, a fronte dei miliardi stanziati, si è tradotto in una scarsa capacità di spesa.

Il risultato è un degrado incalzante delle città italiane che ormai va oltre le periferie arrivando anche nei centri storici, e sul quale gli innumerevoli piani varati nel tempo - ben 21 in 8 anni - non hanno prodotto effetti significativi.

Serve un cambio di passo, conclude l’ANCE intervenendo il 17 novembre in audizione sul ddl per la rigenerazione urbana, se si vuole davvero fare delle città il motore per la ripresa socio-economica del Paese.

5 miliardi in 8 anni per la rigenerazione urbana, ma con pochi risultati

Le conclusioni dell’ANCE trovano fondamento nell’analisi dei dati. Limitandoci agli ultimi 8 anni e ai programmi finanziati con risorse statali, la fotografia che ne deriva è infatti impietosa.

Il Piano città del 2012, dopo 7 anni è ancora del tutto bloccato ed è stata prevista la nomina di un commissario per accelerare.

Non va molto meglio al Piano periferie del 2014 che la Corte dei Conti ha definito ad uno stato di avanzamento “embrionale”. Il Piano Periferie 2015 ha ottenuto qualche timido progresso in più, ma nel 2019, “dopo quasi quattro anni dallo stanziamento delle risorse, solo 24 progetti su 120 (il 20%) potevano considerarsi avviati, mentre un terzo dei progetti avrebbe dovuto essere già concluso”, scrive l’ANCE.

Se poi si va sulla programmazione dei fondi strutturali europei, dopo quasi 7 anni è stato speso il 31% delle risorse. “Meno della media italiana”, specificano i costruttori, “con l’Italia che è già 25° su 28 in Europa per spese dei fondi”. Mentre per quanto riguarda il programma “complementare” finanziato con fondi nazionali, la quota spesa è stata “zero” in 4 anni.

Per approfondire: cosa è emerso dall'Assemblea nazionale dell'ANCE

Troppe proposte per il Recovery Plan

Secondo l’ANCE, il vizio tutto italiano di disperdere risorse e progettualità in mille rivoli non sta venendo meno neanche in vista del Recovery. “L’esempio più recente ed emblematico dell’assenza di una visione - riporta infatti il comunicato dell'associazione - è rappresentato dalle 77 proposte elaborate dai nostri Ministeri per sfruttare le risorse del Recovery fund a favore della città, che rimandano a ulteriori 22 centri decisionali (Ministeri, Dipartimenti) per complessivi 180 miliardi”.

Come assicurare la crescita sostenibile delle città

Per rompere il circolo vizioso e arrivare ad aprire davvero i cantieri, trasformando le città e rendendole volano di crescita, l’ANCE chiede al Parlamento “una legge di poche e semplici norme generali e imprescindibili, rinviandone l’attuazione alle Regioni, ma attribuendo ai Comuni la possibilità di individuare immediatamente gli ambiti dove avviare gli interventi”.

Vanno superati i rigidi sistemi di pianificazione pensati anni fa in un’epoca in cui le città crescevano velocemente e andavano quindi governate, ma che adesso è storia passata. 

Il presente (e il futuro) dei centri urbani passa invece per il consumo zero di suolo e per la loro sostenibilità ambientale, intervenendo dunque sulla rigenerazione del patrimonio edilizio esistente - non solo quello degradato o dismesso, specifica l’ANCE - con interventi di efficientamento energetico, sicurezza sismica e aumento della vivibilità in rapporto alle esigenze sociali.

In tale contesto le chiavi di volta sono due. Anzitutto una normativa chiara e stabile nel tempo, ben lontana da quel susseguirsi di modifiche del Testo unico edilizia, “bersaglio” di “11 provvedimenti, a cadenza quasi annuale, con più di 80 disposizioni modificate”.

In secondo luogo, poi, bisogna rendere la demolizione e ricostruzione una prassi consolidata, da realizzarsi nell'ottica della sostenibilità.

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Il Progetto città di ANCE: la rigenerazione urbana in 7 punti

Per far ciò, l’ANCE propone il “Progetto città” che racchiude le 7 azioni prioritarie identificate dall’Associazione in tema di rigenerazione urbana.

Anzitutto serve istituire una Cabina di regia a livello centrale che governi le politiche urbane e l’utilizzo delle risorse pubbliche che rappresentano, anche per le proposte private, il catalizzatore della rigenerazione urbana.

In linea poi con quanto previsto dal ddl Ferrazzi in discussione in questi mesi al Senato, l’ANCE chiede anche che gli interventi di rigenerazione urbana vengano dichiarati di “interesse pubblico”.

Quanto alle risorse, i costruttori propongono il finanziamento di un Piano di rigenerazione urbana, utilizzando in particolare le risorse europee del Recovery Plan e dei fondi strutturali 2021-2027.

Bisogna poi:

  • Prevedere che i Comuni individuino ambiti di intervento sui quali gli operatori possano formulare proposte di rigenerazione anche attraverso singoli interventi in diretta attuazione del piano urbanistico comunale e non solo interventi inseriti nell’ambito di piani/programmi integrati comunque denominati;
  • Superare la rigidità delle previsioni del DM 1444/68 e di tutte le norme che condizionano la rigenerazione. Servono standard soggettivi e non più oggettivi che consentano di passare ad un sistema di servizi e infrastrutture qualitativo e prestazionale, superando quello meramente quantitativo e numerico del decreto, pensato a suo tempo per l’espansione edilizia.

Infine l’ANCE propone di:

  • Introdurre un sistema di incentivi (urbanistici, economici) per rendere integralmente sostenibile la rigenerazione e consentirne un’attuazione veloce e diffusa. Oltre ad un’ulteriore semplificazione procedurale dell’iter autorizzativo edilizio, vanno previsti, tra l’altro, la flessibilità delle destinazioni d’uso, la riduzione/esenzione del contributo di costruzione, lo scomputo dei costi per gli interventi di bonifica e ulteriori incentivi per gli interventi che utilizzino le aree ex industriali o assimilate private e pubbliche.
  • Utilizzare la leva fiscale quale elemento premiale per attivare politiche di rigenerazione urbana.

Cristina Petrachi