NUOVO ACCORDO BREXIT: ECCO COSA CAMBIA
 
A oltre tre anni dal referendum su Brexit, i leader europei hanno dato il loro via libera al nuovo accordo sull’uscita di Londra dall’Unione europea. Mentre la parola passa adesso a Westminster, è opportuno fare chiarezza: cosa contiene di veramente nuovo questo accordo? E’ così tanto diverso da quello già concluso da Theresa May lo scorso novembre? Perché rischia di non passare a Westminster? E in questo continuo clima di incertezza, quali effetti negativi si sono già avuti nel Regno Unito a causa di Brexit?
 
COSA DICE L'ACCORDO
 
Il nuovo accordo appena raggiunto tra Londra e Bruxelles modifica quello di Theresa May solo nella parte che riguarda l’Irlanda del Nord e il futuro dei rapporti tra Ue e UK. L’Irlanda del Nord dovrà applicare i dazi e la regolamentazione europea sul commercio dei beni, pur rimanendo nell’unione doganale del Regno Unito.
 
In pratica, su tutti i prodotti in entrata nell’Irlanda del Nord verrà applicata la regolamentazione dell’Ue. Quelli poi destinati ad attraversare il confine con la Repubblica d’Irlanda (entrando così all’interno del Mercato Unico europeo) saranno soggetti ai dazi europei, mentre su quelli destinati alla sola Irlanda del Nord si potranno applicare i dazi del Regno Unito. In questo modo si garantisce che - almeno in parte - l’Irlanda del Nord rimanga nella stessa unione doganale del Regno Unito.
 
Un comitato congiunto tra Londra e Bruxelles supervisionerà per evitare irregolarità, dichiarazioni false o competizione sleale basata sull’Iva: un’impresa potrebbe ad esempio decidere di spostare la propria filiale di vendita da un lato all’altro del confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, a seconda di dove viene applicata l’Iva più bassa sul prodotto venduto. 
 
Questo accordo permette di non avere alcun confine fisico tra le due parti dell’isola d’Irlanda, rispettando quanto disposto nell’accordo del Venerdì Santo del 1999. Confine fisico e dogana vengono invece spostati in prossimità del mare d’Irlanda: l’applicazione dei dazi europei e i controlli sul rispetto della regolamentazione Ue (come ad esempio i controlli fitosanitari) vengono dunque spostati ai porti che collegano la Gran Bretagna all’Irlanda del Nord.
Infine, sul futuro dei rapporti tra l’intera Gran Bretagna e Unione europea si prevede - nella Dichiarazione politica (documento giuridicamente non vincolante) - un’area di libero scambio con zero dazi.
 
COSA CAMBIA RISPETTO ALL'ACCORDO DI THERESA MAY?
 
L’intesa raggiunta giovedì lascia inalterati tutti gli altri punti dell’accordo di Theresa May dello scorso anno: il “costo del divorzio” in capo al Regno Unito (circa 45 miliardi di euro da versare nelle casse dell’Unione europea per impegni già presi); il periodo di transizione (fino al 31 dicembre 2020 tutte le normative Ue rimarranno valide nel Regno Unito); le regole che si applicheranno ai cittadini Ue residenti nel Regno Unito e ai cittadini britannici residenti in Ue a Brexit avvenuta. 
Come ricordato sopra, a cambiare - e di molto - sono le disposizioni sul futuro dei rapporti che legheranno la Gran Bretagna all’Ue e quelle sull’Irlanda del Nord. Riguardo al primo punto l’accordo May parlava di una relazione commerciale “più vicina possibile” tra Londra e Bruxelles, che in pratica si traduceva in una sostanziale permanenza sine die del Regno Unito in una unione doganale con l’Ue, a meno che nel frattempo un altro accordo non fosse stato trovato. Ciò avrebbe limitato notevolmente gli spazi di manovra di Londra nel fare accordi commerciali con paesi fuori dall’Ue. Il nuovo accordo si limita ad anticipare un trattato di libero scambio tra le due parti (ovviamente ancora tutto da negoziare). Si abbassa quindi l’ambizione del futuro livello di integrazione tra il mercato britannico e il Mercato Unico europeo.
 
Il premier Johnson ha comunque ribadito - come previsto dalla Dichiarazione Politica - che si impegnerà a rispettare uno standard comune “elevato” tra UK e UE (level playing field) in merito a protezione dell’ambiente, diritti dei lavoratori, concorrenza e aiuti di Stato. Un modo per tranquillizzare sul fatto che la Gran Bretagna non farà “concorrenza sleale” ai paesi Ue puntando su una regolamentazione meno stringente.
 
Sulla spinosa questione dell’Irlanda del Nord anche l’accordo di Theresa May evitava la creazione di una frontiera fisica tra i due territori irlandesi. Ma per ottenere questo obiettivo prevedeva appunto che l’intera Gran Bretagna restasse nell’unione doganale con l’Ue. Applicando sostanzialmente gli stessi dazi e la stessa regolamentazione dell’Ue in tutto il Regno Unito rendeva superflui i controlli doganali sia al confine tra le due parti dell’Irlanda sia nel mare d’Irlanda. Johnson, come visto sopra, si trova invece costretto a creare una dogana nel mare d’Irlanda. Una soluzione che ha trovato il secco no degli unionisti nordirlandesi che temono che in futuro la propria regione sia sempre più distaccata da Londra si rivolga invece verso Dublino e l’Ue. Cosa che politicamente si tradurrebbe in un rafforzamento dei nazionalisti nordirlandesi. Per cercare di superare queste resistenze il nuovo accordo di Boris Johnson - anche in questo caso diversamente da quello di Theresa May - prevede il coinvolgimento di Stormont (il parlamento dell’Irlanda del Nord). L’assemblea legislativa dovrà infatti pronunciarsi in merito al mantenimento dell’accordo quattro anni dopo il periodo di transizione (ovvero verso la fine del 2024). In caso di voto negativo, Londra e Bruxelles avrebbero due anni di tempo per decidere cosa fare. Per confermare l’accordo per altri quattro anni, all’assemblea di Belfast basterà un voto a maggioranza semplice (se otterrà invece una maggioranza ben più ampia l’accordo resterà in vita per altri otto anni). Quello della maggioranza semplice non è un dettaglio e rischia di far saltare l’intero accordo. Questo perché gli unionisti del DUP chiedevano fosse rispettato quanto previsto dall’accordo del Venerdì Santo, ovvero che sulle decisioni più importanti Stormont adottasse il c.d. “cross-community support”: l’accordo passa se gli unionisti e gli indipendisti l’approvano ciascuno al proprio interno. In pratica ciò si tradurrebbe in un diritto di veto in capo agli uni o agli altri (questo è ad esempio il meccanismo che in passato ha permesso di bloccare decisioni in merito all’aborto e al matrimonio omosessuale). Un veto che né Johnson né l’Ue intendono concedere agli unionisti.
 
COSA SUCCEDE ADESSO?
 
Il testo dell’accordo raggiunto dai leader europei questo giovedì dovrà essere approvato sia dal Parlamento britannico, sia dal Parlamento europeo. Mentre il voto al Parlamento europeo non pare (sinora) destare particolari problemi, l’attenzione è puntata su Westminster. Non è infatti chiaro se, anche dopo avere ottenuto la modifica dell’accordo, Johnson abbia i voti utili per farlo approvare dal suo Parlamento. La battaglia è aperta su almeno tre fronti. Innanzitutto, gli unionisti nordirlandesi hanno preannunciato un loro voto contrario. C’è poi da capire se i 21 conservatori che sono stati estromessi dal partito a settembre abbiano intenzione di esprimersi in senso favorevole o meno. Infine, se anche questi 21 conservatori “soft” fossero persuasi, lo sarebbero anche i 38 conservatori “hard” (lo “European Research Group”) che a marzo di quest’anno hanno votato contro l’accordo di Theresa May? Peraltro, i laburisti di Jeremy Corbyn hanno già fatto conoscere la loro contrarietà.
 
Nel caso l’accordo non fosse approvato dal Parlamento britannico entro sabato - secondo una legge votata a settembre - Boris Johnson sarebbe costretto a chiedere una proroga almeno fino al 31 gennaio 2020. Il segretario per Brexit, Stephen Barclay, ha confermato che Johnson sarebbe pronto a farlo. In tal caso, il Consiglio europeo a 27 dovrebbe tornare a riunirsi entro fine ottobre in modo da stabilire se e quanto tempo concedere ancora a Londra.
 
In caso invece l’accordo fosse approvato dal Parlamento britannico e da quello europeo, il 31 ottobre ci sarebbe una Brexit con accordo. Da quel momento avrebbe inizio il “periodo transitorio” fino al 31 dicembre 2020. 
 
Ancora più incerte sono le conseguenze dell’accordo sulla politica interna britannica. Almeno due sono ancora i nodi da sciogliere: la data delle elezioni politiche e il referendum confermativo di Brexit. Per quanto riguarda la data delle prossime elezioni britanniche, in teoria il governo attuale potrebbe restare in carica fino a maggio 2022. Tuttavia Johnson oggi non ha una maggioranza ed appare probabile che si tengano elezioni anticipate. 
Infine, anche riguardo al possibile referendum confermativo sull’accordo di Brexit non c’è ancora alcuna certezza. Questa al momento sembra un’ipotesi che i laburisti potrebbero sostenere nel caso in cui Westminster approvi l’accordo di Johnson.
 
QUALE FINORA IL "COSTO" DI BREXIT PER LONDRA?
 
Valutare l’impatto che i tre anni di negoziati e incertezze seguiti al referendum su Brexit hanno avuto sull’economia britannica è complesso, per il semplice fatto che il Regno Unito non è ancora uscito dall’UE. Alcuni importanti segnali possono comunque essere colti. Anzitutto in merito all’andamento del PIL del Regno Unito che dopo il referendum del giugno 2016 è cresciuto a un ritmo inferiore rispetto alla media dell’Eurozona. Anche se la più “debole” erformance economica non può essere totalmente attribuita a Brexit, è significativo che prima del referendum Londra si fosse sempre mostrata mediamente più dinamica rispetto agli altri partner europei.
 
La seconda correlazione tra dinamiche politiche e fondamentali economici tocca invece l’andamento del valore della sterlina: da giugno 2016 a oggi, infatti, la moneta britannica si è svalutata di circa il 20% rispetto all’euro. La valutazione della sterlina ha da un lato reso più competitive le esportazioni britanniche, ma dall’altro ha provocato un aumento dell’inflazione nel paese, che nei mesi successivi a Brexit ha addirittura superato il 3,5%. Il netto calo della sterlina si è dunque tradotto in una progressiva perdita di potere d’acquisto in capo alle famiglie.
Terzo indizio del possibile impatto del “caos Brexit” sull’economia inglese è l’andamento dell’indice FTSE 100 della Borsa di Londra, il London Stock Exchange, che negli ultimi cinque anni è sì cresciuto, ma con alti e bassi che segnalano una maggiore volatilità di fondo. Un’ultima tendenza emersa dopo il referendum interessa infine il mercato immobiliare: secondo le stime di Savills London, il prezzo medio delle abitazioni nei quartieri più ambiti di Londra è calato del 20% negli ultimi cinque anni.
 
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Giovedì 24 ottobre, ore 18:00