Anche le banche sono chiamate a fare la loro parte per aiutare il governo a chiudere i conti del 2020, con 1,6 miliardi messi a riduzione del deficit. Si tratta di un intervento sulla massa dei crediti d’imposta degli istituti, che nella sostanza ricorda da vicino un prestito forzoso a interessi zero imposto dallo Stato a proprio vantaggio. In teoria le banche potrebbero far valere per i prossimi dieci anni i crediti d’imposta legati a sgravi fiscali sulle perdite dovute a vecchi prestiti finiti in default. Di fatto è un loro patrimonio. Tuttavia, la Legge di bilancio stabilisce che 1,6 miliardi di questi crediti verso lo Stato non sono godibili nel 2020, ma in futuro. Il patrimonio delle banche resta intatto, anche se l’anno prossimo dovranno procurarsi quegli 1,6 miliardi altrove. Nella sostanza non c’è una copertura strutturale del deficit, perché il governo si limita a spostare al futuro il saldo di un debito che ha verso le banche. Ma il ricorso stesso a questa operazione - per il secondo anno di seguito - dà un’idea di come sia stato difficile per il ministero dell’Economia chiudere i conti fra le mille linee rosse dei partiti.

L’evasometro con anonimizzazione

C’è invece una misura che nel bilancio non è prevista ridurre il deficit di granché - appena 83 milioni, lo 0,004% del Pil - che però è una sorta di rivoluzione culturale. Va sotto lo strano nome di «evasometro con anonimizzazione». Detto da qualcuno nel palazzo del Tesoro: «Perché Google può profilare gli italiani, ma noi no?». Questa invasione della privacy da parte delle autorità fiscali - va riconosciuto - non ci sarà. I dati su fatture, su transazioni o consumi saranno resi anonimi e trattati come tali: restano tutelate tutte le norme di riservatezza stabilite in Italia e in Europa. Entro questi limiti però si attiverà una sorta di Grande fratello fiscale sotto forma di algoritmo in grado di incrociare i dati delle fatture, dei consumi o dei movimenti bancari con gli strumenti dell’intelligenza artificiale. Le incongruenze, quelle sì, verranno segnalate e potranno dare luogo ad accertamenti di funzionari in carne ed ossa dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza. A suo modo è l’avvio di una rivoluzione. Ed è una svolta positiva, ma a una condizione: la stessa trasparenza radicale si deve applicare a qualunque incentivo offerto a chi si occupa del recupero del gettito. Gli imprenditori colpiti dagli accertamenti devono poter essere certi che su di loro non vengano scaricate pesanti contestazioni al solo scopo di indurli a liberarsi delle accuse patteggiando il versamento di una somma, che può far scattare il bonus per i loro accusatori.