A giudicare dai numeri siamo un po’ tutti debitori della Cina, e la cifra che dobbiamo restituire al fu Celeste Impero è di quelle importanti, una montagna di denari quantificabile in 5 trilioni di dollari. Il debito mondiale verso la Cina, infatti, è cresciuto di ben dieci volte nel periodo compreso tra il 2000 e il 2017, proprio negli anni in cui il Dragone è uscito dal guscio per iniziare, gradualmente, la sua ascesa al vertice del potere globale. La statistica viene da un rapporto del Kiel Institute for the World Economy, un prestigioso e affidabile think tank tedesco che sottolinea come il valore contrassegnato in rosso, i 5 trilioni dollari, ripetiamolo ancora una volta, equivalga a circa il 6% della produzione mondiale.

Tra rischi e trappola del debito

Erano altri tempi quando, all’inizio degli anni 2000, il debito nei confronti della Cina era di appena, si fa per dire, 500 miliardi dollari, cioè l’1% del pil mondiale. La crescita esponenziale del credito maturato da Pechino ha fatto scattare diversi campanelli d’allarme, primo su tutti la modalità attraverso la quale la Cina ha concesso prestiti a Paesi terzi. Ebbene, secondo molti analisti, il Dragone non sarebbe stato trasparente con i suoi partner, soprattutto con quei Paesi a basso reddito e con poca influenza economica. Così facendo si è creato un circolo vizioso che ha spinto questi ultimi a chiedere sempre più denaro alla Cina, senza rendersi conto di star finendo dritti dentro la trappola del debito.

Soldi per tutti

Gran parte dei prestiti cinesi non rientra nelle statistiche ufficiali sul debito stilate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Il motivo è presto detto: l’85% di questi prestiti, denominato in dollari statunitensi, è emesso da banche cinesi verso gli appaltatori cinesi all’estero operanti nei Paesi terzi e non dirottato nelle casse dei governi esteri. E così circa il 50% dei prestiti internazionali della Cina che finisce a Paesi in via di sviluppo ed emergenti – l’80% dei quali avrebbe ricevuto sovvenzioni – non è incluso nelle statistiche ufficiali. Scendendo ancor più nel dettaglio scopriamo come la Cina abbia destinato 380 miliardi di dollari a Paesi in via di sviluppo e 246 miliardi a membri del cosiddetto Club di Parigi, composto da 22 Stati sviluppati e per lo più occidentali. Gli Stati Uniti hanno duramente criticato i prestiti concessi da Pechino ai vari partner sparsi per il mondo, puntando il dito contro l’ambiguità rappresentata dal progetto della Nuova Via della Seta che anziché migliorare l’economia degli aderenti li trasformerebbe in sudditi del Dragone, imprigionati da un debito sempre più grande.

La classifica dei primi beneficiari del credito cinese

Il Dragone non ha ancora pubblicato alcun dato ufficiale sui suoi prestiti all’estero, ma la classifica stilata dal Kiel aiuta a capire meglio la destinazione dei fondi cinesi. Tra i primi 50 beneficiari del credito diretto di Pechino troviamo cinque Stati: Gibuti, dove la Cina ha la sua unica base militare all’estero, Tonga, Maldive, Repubblica del Congo e Kirghizistan. A seguire troviamo Cambogia, dove i cinesi stanno dirottando numerosi investimenti nel settore immobiliare, Niger, Laos e Zambia. Il primo Paese europeo ad apparire è il Montenegro, situato al 19° posto. Da notare come Pechino presti denaro anche a Paesi che stanno vivendo gravi crisi politiche ed economiche, fra cui Venezuela, Zimbawe e Iran, senza alcuna distinzione tra governi democratici e autoritari.