Truffa aggravata, appropriazione indebita, false comunicazioni sociali e bancarotta aggravata ai danni delle società: sono queste le accuse nei confronti delle persone coinvolte nella bancarotta delle aziende che fanno capo all'imprenditore arrestato a Lugano nell’aprile del 2015 e poi estradato in Italia. Si tratta del secondo crac più grande della storia dell'economia italiana dopo quello di Parmalat.

C’è un crac di 4 miliardi di euro alla base del fallimento delle società facenti capo a Marco Marenco, imprenditore del gas ed ex patron di Borsalino, arrestato a Lugano nell’aprile del 2015 e poi estradato in Italia. Una bancarotta che, oltre allo storico marchio di cappelli, ha coinvolto dodici aziende ed è, dopo quella della Parmalat di Callisto Tanzi nel 2003, il crac più grande della storia dell’economia italiana. Chiuse le indagini condotte dallaGuardia di Finanza di Torino e Asti, secondo cui sarebbero state messe in atto ‘condotte distrattive‘ per un miliardo e 130 milioni, attraverso dichiarazioni fiscali infedeli, omessi versamenti delle imposte e pagamenti delle accise, truffe e appropriazioni indebite, oltre a false comunicazioni sociali. Sono stati notificati avvisi di garanzia a 51 indagati. Nel corso dell’inchiesta, coordinata dal procuratore di Asti Alberto Perducae dal pm Luciano Tarditi, sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni per un valore complessivo di 107 milioni di euro.

UNA GALASSIA DI 190 SOCIETÀ – Secondo gli inquirenti, Marenco è stato al centro di un vero e proprio sistema. L’imprenditore, che si occupava principalmente dell’importazione di gas naturale per la produzione di energia elettrica, con l’obiettivo di sottrarre il denaro alle aziende che controllava e al fisco, a sentire l’accusa ha utilizzato una galassia di almeno 190 società, in Italia e all’estero, legate da complesse catenepartecipative, talvolta schermate mediante l’interposizione di aziende offshore situate in paradisi fiscali. Alcune di queste società avevano sede nelle Isole Vergini Britanniche, o in altre località con regole fiscali vantaggiose, come l’Isola di Man, a Panama, Malta, Cipro, nel Liechtenstein e in Lussemburgo.

IL SISTEMA PER NASCONDERE IL DENARO – Le indagini hanno evidenziato che il denaro, le partecipazioni e i beni sottratti venivano impiegati in operazioni infragruppo e successivamente trasferiti all’estero, con compravendite fittizie. Partecipazioni e beni venivano così occultati in favore di imprese che rappresentavano un mero schermo, consentendo all’imprenditore astigiano di spostare tutte le attività significative a livello patrimoniale sotto il suo diretto e personale controllo. Le attività imprenditoriali esercitate dalle società, nel frattempo indebitate o fallite, venivano proseguite da nuove aziende, appositamente costituite e intestate ad amministratori e manager vicini all’imprenditore. Queste ultime, definite dagli inquirenti ‘scialuppe di salvataggio’, erano a loro volta controllate da numerose società estere che, come scatole cinesi, componevano il complesso sistema di frode.

UBBLICI UFFICIALI TRA I 51 INDAGATI – I 51 indagati sono accusati a vario titolo di truffa aggravata, appropriazione indebita, false comunicazioni sociali e bancarotta aggravata ai danni delle società del gruppo. Per eludere le indagini, c’era chi utilizzava dispositivi telefonici criptati e si avvaleva della complicità di pubblici ufficiali, coinvolti a loro volta nell’inchiesta e accusati di aver garantito a Marco Marenco e ai suoi familiari, servizi di sicurezza e notizie sull’andamento delle indagini. Oggi rispondono di corruzione, favoreggiamento e accesso abusivo a sistemi informatici.