«Può forse un cieco guidare un altro cieco?». Usa questo interrogativo evangelico, Papa Francesco, per raccomandare la «saggezza» come qualità primaria e indispensabile anche per chi opera nella politica e nelle istituzioni, senza la quale si rischia di procurare gravi «danni» alla comunità. Con quelle parole, infatti, spiega il Pontefice all’Angelus, Gesù «vuole sottolineare che una guida non può essere cieca, ma deve vedere bene, cioè deve possedere la saggezza, per guidare con saggezza, altrimenti rischia di causare dei danni alle persone che a lei si affidano».

A questo punto di potrebbe anche dire «a buon intenditor poche parole». Ma il Papa esplicita meglio in suo pensiero. «Gesù richiama così l’attenzione di quanti hanno responsabilità educative o di comando: i pastori d’anime, le autorità pubbliche, i legislatori, i maestri, i genitori, esortandoli ad essere consapevoli del loro ruolo delicato e a discernere sempre la strada giusta sulla quale condurre le persone», afferma.

Secondo il Papa, «è sempre utile aiutare il prossimo con saggi consigli, ma mentre osserviamo e correggiamo i difetti del nostro prossimo, dobbiamo essere consapevoli anche noi di avere dei difetti. Se io credo di non averne, non posso condannare o correggere gli altri. Tutti abbiamo difetti: tutti». «Dobbiamo esserne consapevoli - ribadisce - e, prima di condannare gli altri, dobbiamo guardare noi stessi dentro. Possiamo così agire in modo credibile, con umiltà, testimoniando la carità».

E a proposito di un’altra frase del Vangelo di oggi - «Non vi è albero buono che produca frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto» - Francesco spiega che «il frutto sono le azioni, ma anche le parole. Anche dalle parole si conosce la qualità dell’albero.

Infatti, chi è buono trae fuori dal suo cuore e dalla sua bocca il bene e chi è cattivo trae fuori il male, praticando l’esercizio più deleterio fra noi, che è la mormorazione, il chiacchiericcio, parlare male degli altri». «Questo distrugge - conclude 'a bracciò -: distrugge la famiglia, distrugge la scuola, distrugge il posto di lavoro, distrugge il quartiere. Dalla lingua incominciano le guerre».