Si apre oggi a Marrakech, in Marocco, la conferenza intergovernativa per l’adozione del Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (Gcm). Presente una delegazione della Santa Sede.
La Santa Sede si unirà a molti altri governi del mondo per celebrare l’adozione di questo patto, il primo accordo internazionale sulla migrazione a livello complessivo. Il mese scorso, a New York, la terza commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il Patto globale sui rifugiati (Gcr).

Quattro verbi espressi dal Papa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare

Fin dall’inizio la Santa Sede è si è impegnata a mettere in pratica i dettami dell’approccio di Papa Francesco, espresso in modo semplice ed efficace con quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale ha sviluppato questi quattro verbi in 20 punti d’azione che vogliono contribuire alla programmazione e valutazione delle azioni pastorali. Tali punti sono stati il nocciolo del contributo ufficiale della Santa Sede alle consultazioni del 2017 e ai negoziati del 2018. Oggi siamo felici di constatare che molti dei princìpi e delle misure elencati nei 20 punti sono stati inclusi nel testo finale dei Patti, e in particolare in 15 dei 23 Obiettivi del GCM.

Il Patto globale sui migranti è un accordo non vincolante

Non è una convenzione o un trattato. Esso si propone di suggerire azioni tese ad assicurare alcuni valori universali: salvare vite umane, prevenire il traffico e la tratta, fornire informazioni accurate, facilitare politiche di selezione giuste, ridurre le vulnerabilità nella migrazione, gestire in modo efficace i confini, investire nello sviluppo di competenze. Una lista di buone pratiche e proposte accompagna ogni obiettivo. Tra questi, si trovano iniziative come offrire educazione, aprire corridoi umanitari, accompagnare i migranti nei paesi di transito e promuovere l’incontro interculturale per favorire l’integrazione nei paesi d’arrivo.

Il Patto è il prodotto di due anni di consultazioni e negoziati

Il Patto è stato un importante esempio di multilateralismo: l’unico approccio che, a parere di molti, potrà far fronte ai grandi problemi che affliggono l’umanità. Si struttura come una lista di proposte che gli Stati (e le altre parti coinvolte) possono scegliere di attuare internamente, bilateralmente e anche regionalmente, a seconda delle loro circostanze particolari e dei loro bisogni. Quindi, le politiche efficaci e le buone pratiche degli Stati, di gruppi regionali e religiosi, e di altre organizzazioni, sono raccolte in un singolo documento che fornisce una piattaforma comune e un punto di riferimento per l’intera comunità internazionale. Una maggiore cooperazione e la condivisione di responsabilità sono temi importanti che accomunano entrambi i Patti globali.

Le riserve della Santa Sede sul Patto per i migranti

La Santa Sede, pur manifestando la propria soddisfazione per il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, esprime però delle riserve riguardo ad alcuni riferimenti che contengono una terminologia, dei princìpi e delle linee guida che non sono né parte del linguaggio concordato a livello internazionale, né in linea con la dottrina cattolica, come i riferimenti a documenti che suggeriscono il cosiddetto Pacchetto di servizi minimi iniziali, servizi sanitari legati alla salute sessuale e riproduttiva (incluso l’aborto) e l’agenda Lgbt.

L’impegno della Chiesa nella vasta area della mobilità umana

Nonostante questo, accogliamo l’adozione del Patto globale per i migranti a Marrakech, e del Patto globale per i rifugiati a New York, con speranza. La Chiesa può fare molto nell’area vasta e complessa della mobilità umana, e si propone di farlo con un approccio integrale (spirituale e materiale) nell’accoglienza, protezione, promozione e integrazione dei migranti più vulnerabili.
Anche nei Paesi che hanno scelto di non aderire al Gcm, la Chiesa continuerà ad attuare i quattro verbi, suggerendo opzioni e prassi che possano aiutare a soddisfare i bisogni di quelli che sono appena arrivati, e di quanti, pur risiedendo da diverso tempo in un altro paese, sono in una condizione di vulnerabilità. L’obiettivo ultimo è, naturalmente, lo sviluppo umano integrale di tutti: migranti, rifugiati, la loro comunità di origine e la comunità che li accoglie.