Quando è stato eletto Papa Francesco voleva chiudere lo Ior. Troppi gli scandali e tanto il denaro riciclato in quella che è stata soprannominata “la banca di Dio”. Ma in Vaticano Bergoglio si è dovuto scontrare con una forte opposizione che prima gli ha impedito di chiudere l’Istituto per le opere di religione, e poi ha osteggiato in ogni modo la sua opera di pulizia della banca. È quanto emerge con chiarezza nel libro Il caso Marcinkus. Il banchiere di Dio e la lotta di Papa Francesco alle finanze maledette, edito da Chiarelettere, scritto dal vaticanista Mediaset Fabio Marchese Ragona. Il volume sarà presentato a Milano, alla Libreria Open, il 1° dicembre 2018, alle 17,30.

Allo scoccare dei primi cento giorni di pontificato Francesco aveva nominato una Pontificia Commissionereferente sull’Istituto per le opere di religione per fare chiarezza su ciò che di scandaloso è avvenuto per decenni in quella banca. Un lavoro, però, fortemente osteggiato proprio dall’interno come è ben documentato nel libro di Marchese Ragona. “‘La Commissione voluta da Bergoglio era scomoda’ ci dice un testimone diretto. ‘Sembrava andare in una direzione non gradita, per questo si è dovuta scontrare con il muro di gomma eretto dallo Ior. Ma era come se, oltre ai vertici dell’Istituto, ci fosse dietro una rete di persone che faceva in modo che la Commissione non arrivasse alla fine. E infatti, dietro sollecitazione del cardinale Jean-Louis Tauran, si decise di chiudere il gruppo di lavoro, perché non riusciva più ad andare avanti. Era tutto inutile, il gruppo era stato immobilizzato. Una mattina il cardinale Raffaele Farina e il cardinale George Pellandarono dal Papa che comunicò loro la decisione di sciogliere la Commissione referente’”.

A Bergoglio quel gruppo di lavoro aveva precedentemente spiegato quale sarebbe stata la linea da seguire per trasformare lo Ior in una banca etica. “Santo Padre, in Vaticano servirebbe una ‘banca centrale’ senza sportelli che curi gli investimenti dello Stato, che dovrebbero essere secretati. E poi una banca con gli sportelli, lo Ior, per pagare soltanto gli stipendi dei dipendenti ed espletare tutte le altre questioni finanziarie interne. In questo modo si risolverebbero molti problemi. Inoltre crediamo che lo Ior debba modificare il proprio statuto, perché quello attuale è ancora fermo al 1990 e risulta obsoleto rispetto alle novità successive che sono arrivate negli anni, come la nascita dell’Aif (l’authority vaticana che vigila sulle finanze d’oltretevere, nda). Andrebbe rivista soprattutto la parte che riguarda i revisori e il bilancio. Serve una riforma dello Ior e, in attesa del nuovo statuto, l’Istituto dovrebbe fare riferimento al Regolamento generale della Curia romana”.

Francesco, come riporta Marchese Ragona, era stato subito d’accordo: “Bene, lavoriamo allora in questo senso: informate il direttore generale dello Ior che si metta subito al lavoro per la stesura di un nuovo statuto dell’Istituto. Nel frattempo facciano riferimento al Regolamento generale”. Ma qualcosa non funziona. “Dopo aver indicato la linea da seguire, – scrive Marchese Ragona – Francesco ringrazia a uno a uno i membri della Commissione referente e li congeda. Da quella riunione sbrigativa è emersa una questione delicata: un clima all’interno e intorno allo Ior del tutto simile a quello che si respirava ai tempi di ‘Chink’ (uno dei nomignoli con cui era noto nell’ambiente monsignor Marcinkus) e soprattutto una tenace resistenza, da parte dell’Istituto per le opere di religione, a fornire documenti alla Commissione Pontificia. Il gruppo, pur lavorando in nome di Papa Francesco, è stato ripetutamente ignorato e ogni sua richiesta di accesso a documenti è stata rispedita al mittente, con il pretesto che si trattava di materiale confidenziale. Non senza un certo fastidio, da parte dei vertici dell’Istituto, dovuto all’atteggiamento poco ortodosso adottato da qualche membro della Commissione che agiva in totale autonomia”.

L’autore rivela un altro particolare molto importante. “Per redigere il nuovo statuto, come richiesto dal Pontefice, la commissione interpella Rolando Marranci, l’allora nuovo direttore generale, il quale vi si dedica alacremente. ‘Marranci aveva già sulla scrivania una bozza del nuovo statuto su cui stava lavorando’ ci svela la fonte. Poi, però, all’improvviso, tutto si arena. Nel 2015 Marranci lascia la direzione dell’Istituto e a tutt’oggi non c’è ancora un nuovo statuto: su questo fronte lo Ior è ancora fermo al 1990”.

Ma non è tutto. “È la primavera del 2014 e qualche giorno dopo accade di nuovo qualcosa di strano. ‘Ci fu una riunione della commissione, l’ultima’ prosegue la nostra fonte. ‘Era una riunione di commiato, non operativa. Ma monsignor Arrieta si presentò carico di documenti su cui lavorare perché non era stato messo al corrente. E come lui, anche altri. Era come se qualcuno avesse voluto evitare che la notizia si sapesse in giro. Fu molto imbarazzante’. Ancora una volta, tutto rimane immutato e la riforma dello Ior sfuma nel nulla. Da allora non si è più parlato del nuovo statuto e la banca vaticana ha continuato a operare come se nulla fosse accaduto”.

La conclusione dell’autore è a dir poco inquietante: “A una nostra richiesta di avere un colloquio personale per comprendere la nuova linea di condotta dell’Istituto rispetto al passato, il presidente Jean-Baptiste de Franssu ha risposto con un ‘No, grazie’. Forse perché poco è cambiato, e le nuvole di fumo della pipa di Paul Marcinkus aleggiano ancora nelle stanze della banca vaticana, soprattutto in quella che per diciotto lunghi anni è stata la seconda casa del Gorilla americano”.