Fino all’altro ieri l’intero Corno d’Africa fu dunque stretto da una tensione regionale: il governo eritreo sostenne le forze islamiste in Somalia in funzione anti-etiopica, mentre il governo etiopico offrì protezione all’opposizione eritrea e sostegno al governo di transizione somalo. Non è allora un caso che il processo di pace a livello regionale avviato nel giugno scorso dal nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed sia stato salutato come un cambio epocale. Lo scorso 8 novembre si è tenuto nella città etiopica di Bahir Dar il secondo vertice tripartito tra Abiy Ahmed, il presidente eritreo Isaias Afwerki e il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo. Si tratta del secondo incontro in poche settimane, seguito a quello tenutosi in Asmara il 5 settembre. La fine della strategia della tensione tra Etiopia ed Eritrea ha aperto a un processo di stabilizzazione regionale che ha appunto rapidamente incluso la Somalia

La scommessa sulla pace è tanto più promettente se si considera che è legata a un processo eminentemente endogeno alla regione. Non sono ovviamente mancate mediazioni e appoggi esterni, nella regione del Golfo e da parte dei principali partners occidentali e asiatici, ma la svolta di Abiy è soprattutto frutto di un paese che punta all’egemonia regionale attraverso l’economia piuttosto che la forza. Non è certo un caso che negli ultimi anni l’economia etiopica sia cresciuta a ritmi tali come pochi altri paesi in Africa, sulla spinta di una partnership sempre più stretta con la Cina. Un sistema economico in forte espansione, ma con non pochi problemi di sperequazione sociale, conflittualità interna e necessità di incrementare i suoi sbocchi al mare ha fatto stimare che i costi della strategia della tensione fossero evidentemente maggiori di quelli della pace, convincendo così la nuova leadership etiopica a prendere un’iniziativa che proprio dalla rottamazione della guerra a livello regionale aspira a trarre i maggiori benefici per il paese. Non è certo un caso che l’apertura dopo venti anni di blocco del confine con l’Eritrea si sia subito trasformata in uno scambio in netto favore dell’Etiopia: l’afflusso di merci etiopiche in Eritrea è stato immediato e travolgente, tanto da far letteralmente crollare di un terzo o più il prezzo di beni primari come il cemento o il teff (un cereale coltivato su tutto l’altopiano etiopico), mentre sono stati migliaia i giovani eritrei che in poche settimane hanno lasciato il loro paese e il servizio militare obbligatorio per cercare riparo da amici e parenti in Etiopia, soprattutto ad Addis Abeba e a Mekelle, il capoluogo del Tigrai. La potenza economica etiopica rischia di travolgere il fragilissimo tessuto economico eritreo, sopravvissuto per anni in un sistema di chiusura e autarchia grazie al lavoro gratuito assicurato proprio dalla leva militare obbligatoria e di fatto a tempo indefinito. È così probabile che quello che non sono riusciti a fare venti anni di strategia della tensione militare, sarà presto conseguito attraverso una destabilizzazione economica del regime di Asmara.

La svolta etiopica è stata messa in atto da un leader nuovo, non tanto o non solo per la sua giovane età, Abiy Ahmed ha 42 anni, ma soprattutto per la discontinuità netta rispetto all’élite di potere che ha gestito l’Etiopia negli ultimi trent’anni, da quando Meles Zenawi salì al potere nel 1991 dopo aver guidato l’opposizione armata tigrina al regime marxista del Derg. A seguito della morte di Meles, la transizione al potere fu nel segno della piena continuità con le immagini del defunto capo di Stato che continuarono a troneggiare per le vie di Addis per anni mentre il potere veniva amministrato in suo nome da Hailemariam Desalegn. La crescente opposizione interna, specie nella regione dell’Oromia che è letteralmente tagliata in due dalla regione a statuto speciale della capitale, Addis Abeba, portò nell’ottobre 2016 all’emanazione dello stato d’emergenza che fu la premessa di una dura e violenta repressione condotta specialmente contro gli oromo, una delle più importanti e popolose componenti della Federazione etnica etiopica. Per questo la salita al potere di Abiy Ahmed, che proviene da una famiglia oromo e in parte amhara, rappresenta il riscatto di un ampio movimento di contestazione interna all’Etiopia. La resa dei conti con l’ex dirigenza non è passata solo dalla costituzione di un nuovo esecutivo che concede ampia rappresentanza e potere a oromo, somali e afar, prima al margine del sistema di potere gestito dai trigrini di Meles, ma è anche sfociata in una vera e propria caccia al tigrino che ha causato decine di morti tanto nella capitale come al confine delle regioni Amhara e Oromia con il Tigrai. Il paradosso è che oggi per un etiopico di lingua tigrina è possibile passare il confine con l’Eritrea e ricongiungersi dopo venti anni di forzata separazione con amici e parenti tigrini di Eritrea, ma può essere molto pericoloso, addirittura può costare la vita, attraversare il confine provinciale con Amhara e Oromia per raggiungere Addis Abeba. A testimoniare la crescente tensione interna, che nelle più pessimistiche previsioni fa preannunciare la guerra civile, vi sono anche molti imprenditori tigrini che hanno letteralmente smontato le loro fabbriche nella periferia della capitale per rimontarle nella periferia di Mekelle, il capoluogo regionale del Tigrai.

Alla pace a livello regionale, tra gli Stati del Corno d’Africa, si va contrapponendo una crescente violenza interna all’Etiopia su base etnica. L’etnia è probabilmente il maggiore e più pesante lascito dell’occupazione italiana, tra il 1936 e il 1941, quando l’impero coloniale dell’Africa Orientale Italiana cercò deliberatamente di marginalizzare l’ex élite imperiale amhara attraverso una politica di costruzione dell’etnicità delle periferie e conseguente promozione del ruolo di somali, oromo e tigrini nell’amministrazione coloniale. Dopo due cambi di regime, la fine della dinastia imperiale salomonide e il collasso del regime marxista del Derg, il nuovo patto politico e sociale dell’Etiopia fu negoziato proprio su base etnica e consacrato dalla Costituzione federale del 1995. L’etnia, in quanto costruzione sociale, che deriva dalla teoria razziale e razzista europea trasferita in Africa attraverso il dominio coloniale, rischia di replicare all’infinito le logiche di contrapposizione e divisione interna (sociale e culturale ancora prima che politica) sulle quali lo stesso regime coloniale si reggeva. La scommessa per il nuovo regime sarà allora quella di dimostrare che lo Stato etiopico è lo Stato di tutti i cittadini etiopici, senza esclusioni e soprattutto senza privilegi per gruppi specifici. Abiy Ahmed passerà davvero alla storia se riuscirà a combinare l’apertura a livello regionale con il superamento delle conflittualità etniche all’interno del paese.