Il Tesoro segnala la mancanza di coperture e le associazioni imprenditoriali premono sulla Lega per bloccare il dl. Il vicepremier Di Maio: “Stiamo provvedendo a bollature e vidimazioni, tutto sarà pronto entro lunedì o martedì”

Una semplice battuta d’arresto, o un caso politico? Problema tecnico banale e superabile, dicono i collaboratori del vicepremier Luigi di Maio. Ma c’è di mezzo anche la politica e le sue tensioni, se è vero che lo stop al «decreto dignità» - fortemente osteggiato dalle associazioni degli imprenditori, e pochissimo gradito alla Lega - è stato deciso dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. Una scelta condivisa e appoggiata dal potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Che durante il Consiglio dei ministri ha ammonito i colleghi a verificare sempre le coperture finanziarie dei provvedimenti. 

Fatto sta che ieri sera nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri non c’era più il pluriannunciato decreto legge «dignità», messo a punto dal vicepremier e ministro del Lavoro e Sviluppo economico Luigi Di Maio. Che fine ha fatto questo articolato provvedimento, che dovrebbe intervenire su molti temi, dalla pubblicità del gioco d’azzardo alle regole per le assunzioni, passando per l’abolizione di molte misure fiscali di lotta all’evasione e una tassa sulle delocalizzazioni? Secondo Di Maio, «sta facendo il giro delle Sette Chiese, tra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso, ma il testo è pronto. Deve essere solo vidimato dai mille e uno organi di questo paese». 

Ma la faccenda sarebbe più complicata