di Giuseppe Timpone

Il debito pubblico italiano ha chiuso il 2017 a 2.256,1 miliardi di euro, in crescita nell’anno di 36,6 miliardi. Lo riporta il Supplemento finanziario al Bollettino statistico mensile della Banca d’Italia, che ha rivisto anche le statistiche per gli anni precedenti, per cui l’indebitamento del 2016 è stato innalzato di 1,8 miliardi. Secondo Palazzo Koch, il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche è stato di 51,8 miliardi lo scorso anno, parzialmente compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro per 13,8 miliardi a 29,3 miliardi, mentre l’effetto complessivo degli scarti di emissione, della rivalutazione dei titoli legati all’inflazione e delle variazioni del cambio hanno contenuto il debito di altri 1,5 miliardi. Nel dettaglio, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 39,6 miliardi, arrivando a 2.169,1 miliardi, mentre quello degli Enti locali è diminuito di 3 miliardi a 86,9 miliardi. Stabile per gli enti di previdenza.

A conti fatti, il debito pubblico in Italia è cresciuto nel 2017 al ritmo di 100,27 milioni di euro al giorno. La corsa sta rallentando, se è vero che era salito di 46,5 miliardi nel 2016, anche se risulta di poco superiore ai 36 miliardi del 2015. L’aspetto più allarmante, però, risiede nella crescita al netto dell’utilizzo delle scorte di liquidità, che risulterebbe ancora nei pressi del 3% del pil. In sostanza, se l’anno scorso abbiamo chiuso con un disavanzo stimabile nell’ordine del 2,1-2,2% del pil sarebbe per effetto della liquidità impiegata dal Tesoro e accumulata l’anno precedente per quasi 14 miliardi in più rispetto ai livelli di fine dicembre scorso. Al netto di tali minori scorte, infatti, si ottiene che il debito pubblico italiano sia salito di quasi 9 miliardi in più dell’anno prima, come risulta dal fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche. Un dato abbastanza inquietante, alla luce anche dell’aumento delle entrate tributarie, visto che è proprio quest’ultimo a segnare la tendenza dei conti pubblici.

Debito pubblico, occasione persa dall’Italia e i 1.000 miliardi che aspettano il nuovo premier