L’ad di Eni: nessuno vuole lasciare la propria terra, creiamo cultura industriale

MARCO ZATTERIN
ROMA

Si fa grave il tono della voce di Claudio Descalzi quando comincia a parlare del dramma dei migranti in fuga dall’ex «continente nero». «Nessun africano ha voglia di lasciare l’Africa - assicura -, è gente attaccata alla propria terra, alle tradizioni: quando scappano è perché non possono farne a meno, perché hanno problemi esistenziali». Conosce bene il problema, l’ad dell’Eni che, non a caso, è la più africana delle imprese italiane, oltre 8 miliardi di investimenti in 16 Paesi. Per questo si rammarica di come l’Europa, e non solo, ha concepito le politiche oltre il Mediterraneo. Per questo invita a un salto di qualità. Come? «Pensando al lungo termine quando si investe - risponde svelto - . Non solo al profitto immediato, ma alla sostenibilità del business».  

 

 

È un punto di filosofia di impresa che impone una svolta di etica politica e un maggiore orgoglio politico. «Se l’Africa è il continente che cresce di più, e ne abbiamo bisogno - spiega il top manager milanese -, allora l’Europa deve trovare una visione unitaria per aiutare se stessa, sostenendo l’Africa. Se aiuti il tuo interlocutore a diventare più forte, sei più forte anche tu».  

 

Cosa non ha funzionato?  

«È il modello prevalente di sviluppo postcoloniale in Africa che ha mostrato limiti di sostenibilità: è quello che ci ha visti andare, esplorare e sfruttare i campi petroliferi, però esportando tutta la materia prima. Abbiamo lasciato l’Africa senza energia, dunque senza sviluppo e diversificazione industriale». 

 

Di qui le migrazioni...  

«Un esodo così forte è stato esacerbato dall’assenza di diversificazione. Il prezzo basso di petrolio e gas, lontano dalla soglia di profitto, ha causato ulteriore povertà in un sistema già povero, provocando disperazione. Il greggio in calo ha messo in estrema difficoltà molti Paesi». 

 

Serve un cambio di passo?  

«Nel momento in cui estraggo gas, posso scegliere di esportarlo tutto, oppure solo una parte e lasciare il resto nel Paese come investimento per la stabilità. L’Eni sta facendo questo. Riducendo in parte il profitto di oggi, ma aumentando valore, sostenibilità e credibilità per il futuro. Un esempio è la Libia, dove abbiamo cominciato a distribuire gas, il sessanta per cento di quello estratto, senza obbligo contrattuale. L’effetto è che ci considerano più credibili». 

 

L’impegno è oneroso.  

«L’Europa ha messo tanti soldi a disposizione dell’Africa, centinaia di miliardi in mezzo secolo. Ma sono state iniziative più umanitarie che altro. Poche volte, sono stati dati contributi per sviluppare accesso all’energia e formazione in ambiti specifici con il necessario accompagnamento». 

 

Sono queste le priorità «per aiutarli a casa loro»?  

«Certamente. L’energia è una leva lunga, aiuta l’affermarsi di una cultura industriale e dello sviluppo. Per far rimanere le persone nella propria terra occorre farle studiare e formarle. Un 20% dei fondi vanno destinati ai giovani, 2-3 anni in cui tutti possano seguire una fase di preparazione che li porti ai mestieri che, nel frattempo, vengono creati». 

 

L’Ue ha stanziato 2,6 miliardi per l’Africa Trust. Però la cassa è ancora vuota.  

«I fondi arrivano se c’è una forte motivazione da parte di chi deve versarli, il che richiede leadership molto chiara. Succede nei governi come nelle aziende: le cose funzionano quando il vertice ci crede, sennò i soldi da soli non bastano. Occorre condivisione degli obiettivi. Se moriamo nelle burocrazie, negli attacchi politici perché qualcuno contesta idee solo perché le ha avute un altro, non c’è speranza». 

Messa così, costringe a riflettere sull’assenza di leadership europea di questi mesi. 

«In Europa c’è chi sottostima il problema delle migrazioni. Manca una sufficiente sensibilità del fatto che gli esodi siano un problema esistenziale gravissimo, così serio da poter far cadere qualunque struttura politica. È uno tsunami, non può essere considerato “un problema di qualcun altro”. Da noi, governo e parlamento, bussano a un’Europa che sembra non sentire. Non si accetta che sia un movimento globale che comporta conseguenze che vanno al di là del nostro continente». 

 

Torniamo alla Libia. È la porta che bisogna chiudere.  

«Stabilizzare la Libia è una questione centrale. Non è semplice. Succederà solo quando si sarà raggiunta una unità nazionale completa. C’è pressione sull’Europa ma anche sulla Libia. La questione va risolta alla radice». 

 

È difficile, dopo che gli hai preso il petrolio per anni, convincerli alle rinnovabili?  

«Il cambiamento climatico e le sue problematiche magari non sono prioritari visto i problemi esistenziali in essere. Però le rinnovabili lo sono. Abbiamo chiuso accordi di sviluppo delle rinnovabili, nel nostro ambito petrolifero, con Egitto, Tunisia, Algeria, Ghana. Discutiamo con altri 4 o 5 Paesi». 

 

L’Enel è attiva nelle rinnovabili. È possibile una cooperazione africana?  

«Siamo disponibili a studiare progetti sulle rinnovabili con chiunque e anche con Enel. Ci sono però dei vincoli. Noi operiamo all’interno delle nostre attività petrolifere, dove abbiamo terreni, strutture, reti. Lavoriamo in seno a contrattualistiche consolidate, dove possono seguirci i partner delle joint venture da noi operate. Ciò non significa che non saremmo interessati a studiarne la fattibilità». 

 

Gira una voce nei corridoi europei. Dice che l’Italia ha risparmiato gli sbarchi dei migranti a Malta in cambio di attenzioni per l’Eni. Che ne dice?  

«L’unico modo per risponderle sarebbe una citazione di Fantozzi e la Corazzata Potëmkin. Quindi non lo farò».